Stati Uniti d’America? No, Stati Uniti d’Europa

Stati Uniti d’America? No, Stati Uniti d’Europa

Negli ultimi cinque anni, il malcontento e i primi segnali di contrarietà all’Europa e al suo operato si sono manifestati con sempre maggiore forza e lo dimostra, in quasi tutti gli stati europei, il consenso elettorale verso coloro i quali portano avanti la lotta contro l’Europa, definiti anche come euroscettici, accusata di strangolare l’economia, di aver ucciso la piccola e media impresa e di essere la causa della crisi o per meglio dire essere la causa di austerità e di politiche economiche sbagliate.

stati uniti d'europa

In Italia il fenomeno prende piedi soprattutto con la battaglia della Lega Nord e del suo segretario Salvini che, anche al Parlamento Europeo, si è presentata con striscioni antieuropei, e in Francia, con la destra di Marine Le Pen, si assiste a una situazione simile volta a suonare la carica al proprio elettorato proprio sulla questione europea.
E questi sono solo due degli Stati Membri in lotta. Ma anche altrove si trovano nicchie di sostenitori antieuropei.

Certo, l’Europa sta attraversando una crisi economica/finanziaria senza precedenti. Ma siamo sicuri che sia stata progettata in maniera completa e in grado di migliorare la condizione degli stati membri?

Senza dubbio l’Unione Europea ha eliminato diversi scogli, ottenendo importanti conquiste quali la libera circolazione di persone e merci, il tentativo di ridurre il gap tra Paesi ricchi e meno ricchi, ha creato una identità sovranazionale, ha emanato importanti Trattati, però allo stesso tempo sono manifeste delle falle assolutamente incredibili che devono al più presto essere colmate.

Se provassimo a pensare ai parametri europei in cui gli stati membri devono rientrare, ci rendiamo conto sono effettivamente troppo superficiali per la portata economica e politica che di fatto hanno. È il caso del parametro del 3%, il quale sottolinea come il disavanzo pubblico non debba essere superiore al 3% rispetto al prodotto interno lordo. Ma con quali basi teoriche e scientifiche è stato creato?

La soglia del 3% sul deficit/Pil è stata elaborata negli anni ’80 da uno sconosciuto funzionario del governo di François Mitterand: Guy Abeille, ai tempi non ancora trentenne, in una intervista sottolineò: “Il parametro è nato senza alcuna base scientifica. Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica, è stato un tavolo chiuso in meno di un’ora, e poi fu deciso il “3” un numero bello, un numero storico che ricorda la Trinità”.

A pensarci bene, questo stesso parametro chiede sacrifici agli italiani fin dai tempi del governo Amato e, in ultima istanza, si è imposto agli italiani il passaggio dal 21% di IVA al 22%, questo per sottolineare come, qualcosa che dalle alte istituzioni viene pensata poco, ha ripercussioni incredibili sulla società.

Altro punto contestabile è proprio l’approvazione dell’euro: si decise di avere una moneta unica per tutti i Paesi membri, questa realizzazione non prese troppo seriamente in considerazione che l’economia, ad esempio, italiana è assai diversa da quella tedesca, ma si prese in considerazione il rientro nei parametri da parte degli Stati che intendevano adottare la moneta unica. Parametri che vennero realizzati, come abbiamo già scritto, senza base scientifica. Certo, la possibilità di non avere una forte volatilità dei tassi di cambio è un vantaggio che tutti possiamo cogliere, ma non si era messo in conto un effetto distruttivo che poteva avere una moneta unica per tutti.

Il problema di fondo sta proprio nel fatto che l’Ue non nasce “come” e non si è mai progettata “per essere” gli “Stati Uniti d’Europa”. E le sue spaccature sono ravvisabili proprio nella mancanza di caratteristiche che sarebbero proprie di uno stato unitario.

Non avere una politica fiscale comune, ma nemmeno una politica estera comune, una BCE che svolga pienamente la funzione di banca centrale, non dividere i debiti pubblici dei vari stati europei per tutti gli stati membri, significa tenere sempre sotto scacco Stati quali l’Italia, il Portogallo, la Grecia, attraverso l’emissione di titoli di debito riconducibili all’Europa si potrebbe attenuare la morsa del debito pubblico.

Per meglio comprendere quanto possa essere importante ripensare all’Europa, basta osservare il settore della politica estera e della sicurezza, in cui spesi finanziamenti per mantenere 28 eserciti attraverso l’acquisto di armi, pagamento di ufficiali, generali, e così via. Senza troppa difficoltà, e senza entrare troppo nei dettagli, è evidente che la questione della sicurezza, e quindi delle forze armate europee, può essere rivista attuando manovre correttive che potrebbero migliorare palesemente l’impalcatura europea e non solo.

L’interrogativo che possiamo porci è dunque quello di capire quale sia l’utilità di continuare ad avere un esercito per ogni Stato europeo?
Spendere miliardi di euro in carri armati, caccia, portaerei e sottomarini, che non si utilizzano mai (fortunatamente!), quando basterebbe una limitata forza multinazionale più equipaggiata come principio di deterrenza nel caso di attacchi e di non aggressione nei confronti di altri Stati.

L’ Italia destina più risorse all’ esercito che alla ricerca, indirizzando circa l’ 1,1% del Pil alla difesa e lo 0,9% alla ricerca scientifica. Al di là del nostro Paese, i circa 200 miliardi di euro spesi in Europa ogni anno per mantenere le forze armate, potrebbero essere impiegati almeno in parte diversamente, ad esempio nella sanità, nell’ istruzione e nell’ assistenza sociale, o utilizzati per costruire ospedali, per ridurre il gap e gli squilibri tra le parti ricche e povere dell’Europa stessa. Non è solo una questione di risorse, ma anche di cultura.

Forse è tempo di iniziare a credere che siamo pronti a creare gli Stati Uniti d’Europa, non imitando gli Stati Uniti d’America, ma con una ricetta nuova e improntata al miglioramento della vita di tutti i cittadini.

Francesco Rombolà

https://noigiovani.it

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