“Quis custodiet ipsos custodes?” Quesito tanto attuale quanto antico il tempo in cui fu pronunciato

“Quis custodiet ipsos custodes?” Quesito tanto attuale quanto antico il tempo in cui fu pronunciato

“Chi controlla i controllori?”

La famosa frase si deve all’autore latino Giovenale che nella sua satira più lunga¹, indignato per l’estrema rilassatezza dei costumi che avevano annegato la sobrietà e la sanità dei Romani in un mare di lussi e di sprechi inverosimili, mette veemente al bando i vizi e l’immoralità delle donne, tutte corrotte, nobili o di umili origini che siano; donne i cui comportamenti non possono divenire virtuosi tanto più quando coloro che dovrebbero orientarli sono essi stessi corruttibili. Oggi buon esempio di un simile contesto lo hanno dato alcune parlamentari, con atteggiamenti di dubbia moralità, per non parlare poi di coloro che hanno conferito loro incarichi importanti.

Il dubbio serpeggia anche nella “Repubblica” di Platone. Socrate, personaggio principale dell’opera, illustra il modello ideale di società. Quattro classi sociali ben definite, contadini, artigiani, guerrieri e governanti, che danno sostanza all’utopica città, il cui fine ultimo è il benessere della collettività, e non di una singola classe. Nella perfezione del disegno platonico si insinua la solita domanda “chi proteggerà i governati dai governanti?”

“Sono sicuro che dopo gli eventi inqualificabili verificatisi nelle ultime settimane, i cittadini sono indignati perché a loro sono chiesti sacrifici mentre il mondo che ruota attorno alla politica sembra esentato”. Lo ha detto il premier lo scorso 4 ottobre al termine del Consiglio dei ministri. Anche se il “signor Monti” se ne accorge solo ora, la situazione di corruzione e di abuso che investe il nostro paese è vecchia quanto il mestiere più antico del mondo. Parlamentari che ricevono stipendi d’oro, vitalizi, e altri indecenti privilegi, basti pensare che l’Italia è prima nella classifica mondiale delle auto statali con oltre 600mila vetture, a fronte degli Stati Uniti che ne conta 73mila. E tutto questo spreco grava sulle spalle delle famiglie che a stento riescono ad arrivare a fine mese, operai costretti a casa perché l’azienda ha dovuto chiudere i battenti, malati che vedono chiudersi le porte degli ospedali, studenti che percepiscono il celere affievolirsi del loro diritto allo studio, giovani laureati che non conseguono un’occupazione “degna” dei loro studi o addirittura che non la trovano affatto! E ancora…evasione fiscale, corruzione, concussione, monopolizzazione del diritto di informazione, partiti politici che vengono beccati con le mani nel sacco a rubare il denaro degli elettori!

Di fronte a questa situazione di crisi, si ripropone imperterrito il quesito. Chi garantisce l’onestà delle decisioni di chi gestisce e coordina? Chi controlla l’operato del ladro quando questo è stato eletto dagli elettori?

Nelle democrazie attuali si è cercato di fugare il dubbio, appellandosi al principio di separazione dei poteri, legislativo, volto all’elaborazione di leggi astratte e generali, esecutivo, consistente nell’applicare le leggi all’interno dello Stato, giudiziario, teso ad applicare la legge per risolvere una lite.

Ma chi controlla sulle tre funzioni tradizionali di stato?

Gran parte delle democrazie pluraliste vedono la presenza di altre due funzioni. La funzione di indirizzo politico, che consiste nella determinazione delle linee fondamentali della politica interna ed esterna dello Stato e nella cura della loro coerente attuazione. La funzione di garanzia giurisdizionale della Costituzione realizzata nei confronti di tutti i poteri dello Stato, compreso il legislatore. In Italia esiste anche l’organo costituzionale Presidente della Repubblica, distinto e autonomo rispetto al Governo, e con la funzione principale di garantire gli equilibri costituzionali, senza partecipare all’indirizzo politico. Organo alquanto discutibile nel nostro paese, assolvendo ad una mera funzione “figurativa”.

Inoltre, si afferma il principio della sovranità popolare, il quale esige che il potere politico si basi sul libero
consenso del popolo. Se i parlamentari quindi dipendono dal consenso dei rappresentati, i primi tenteranno
di ottenere questo consenso adottando i provvedimenti richiesti dai loro elettori. Perciò gli interessi sociali premono sullo stato affinché si abbiano risposte ai rispettivi bisogni. Chi controlla sull’effettivo soddisfacimento degli interessi sociali che con i provvedimenti si tende di assicurare?

Le regole e gli strumenti con i quali i cittadini possono custodire se stessi, controllando i governanti, vengono di solito stabiliti da questi ultimi. Ma chi assicura che ciò non avvenga per garantire l’impunità di chi sbaglia? La risposta a tale domanda implicherebbe l’attivazione di un nuovo livello di controllo, allontanando sempre più i politici dal popolo e celando le responsabilità nei recessi della burocrazia.

La domanda di Socrate sembra ripetersi ad ogni gradino. E dunque il nodo della questione non può essere risolto attraverso leggi e infiniti livelli di controllo del potere politico, bensì la soluzione va ricercata nell’intimo dell’uomo, in una sorta di super-onestà e correttezza di cui la dirigenza pubblica dovrebbe essere investita per conseguire il benessere del popolo che è chiamata a rappresentare.

Margherita Torchia

¹ Il brano a cui ci si riferisce compare nella Satira n. 6, 346-348.  “Audio quid ueteres olim moneatis amici, “pone seram, cohibe sed quis custodiet ipsos custodes? Cauta est et ab illis incipit uxor”

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