Il curioso caso dei Marò

Il curioso caso dei Marò

Da mesi sentiamo parlare del caso dei Marò che, iniziato come un incidente isolato avvenuto durante dei controlli internazionali contro la pirateria, dove due fucilieri italiani fecero fuoco su un peschereccio indiano scambiando le persone a bordo per degli attentatori, si è trasformato in un incidente diplomatico di indiscussa grandezza tra Italia e India.

caso dei marò

Sul caso hanno pesato moltissimo le leggi applicabili in India (dalla pena di morte, alla pena attribuita all’omicidio), ma a farla da padrone sono stati gli articoli pubblicati su tutti i media nazionali e internazionali, i quali hanno attratto fortemente l’opinione pubblica. Al punto che il dibattito si è trasformato ben presto in una questione politica e, quindi, elettorale.

Proprio quella elettorale è una delle principali cause dell’impasse del caso dei fucilieri italiani. Infatti, gli estremisti indiani, avvicinandosi alle elezioni – che andranno avanti in nove fasi, dal 7 Aprile al 12 Maggio -, dalle quali saranno nominati il nuovo Parlamento e il nuovo Primo ministro, danno proprio battaglia elettorale su questa vicenda, sottolineando la schiena dritta e la durezza con cui l’India intende difendere i propri concittadini vittime dei fucilieri italiani.

Ma proviamo a soffermarci sul perché i militari della marina italiana sono a bordo di navi mercantili private.

Sul portale della marina italiana si legge che l’Italia è impegnata in missioni internazionali di salvaguardia del transito navale, in particolare navi mercantili dirette in Somalia per carichi umanitari, e attività di contrasto alla pirateria. Ma si legge anche che queste missioni sono partecipate con SNMG1 o SNMG2. Questo significa che la marina italiana partecipa a queste missioni internazionali con navi da guerra attrezzate per sventare qualsiasi minaccia.

A questo punto viene da chiedersi: cosa ci facevano i Marò su una nave mercantile privata, e quindi non da guerra, non adatta alla lotta e al contrasto alla pirateria?

Per meglio capire come funziona la questione, bisogna fare un salto indietro di qualche anno, quando, nel Parlamento italiano, una legge votata a larghissima maggioranza e promossa allora dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, consentiva che “la protezione delle attività commerciali su navi cargo italiane veniva “appaltata” a personale militare pagato, secondo quanto sancito dall’addendum alla convenzione, 467 euro a testa per giorno di navigazione”.

A pensarci bene, il problema di fondo è proprio questo: la legge sopra citata consente di avere personale della marina militare italiana su navi private che, a spese della collettività, “garantisce” la protezione in mare senza i mezzi necessari, e quindi mettendo in pericolo la proprio vita e l’incolumità dell’intero equipaggio delle navi private presenti nelle zone a rischio.

Bisogna anche sottolineare che nella zona in cui è avvenuto l’ “incidente” tra i fucilieri e il peschereccio, descritta in Italia come luogo di forte impatto terroristico dove i pirati compiono assalti ogni giorno, non sono mai stati registrati attacchi di alcun genere, come evidenzia l’ International Chamber of Commerce, autorevole agenzia che ogni anno stila i dati degli attacchi pirati.

E a noi, quanto costa questo incidente?

Non ponendo affatto l’accento sul costo morale e di inefficienza politica, che ci sta costando a livello internazionale il titolo di “immobili”, e non potendo minimamente pensare il prezzo che stanno pagando i nostri due fucilieri nel trascorrere due anni della propria vita in una ambasciata all’estero, cercheremo di fare un breve resoconto solo sul costo economico.
Secondo fonti certe, soltanto per la licenza natalizia dovrà essere lasciata una garanzia finanziaria di 60 milioni di rupie, pari a oltre 826 mila euro.

“Abbiamo appreso la notizia con grande sollievo – commenta l’ormai ex ministro degli Esteri Giulio Terzi -. Una prova della sensibilità indiana per i valori più sentiti del popolo italiano per l’importante festività natalizia”.

Sui conti pubblici pendono le spese delle missioni diplomatiche in India per trattare con le autorità locali, i costi di viaggio per i familiari dei marò, come anche per i due fucilieri, lo stipendio che i due militari, giustamente, percepiscono, senza tralasciare la cauzione di 800mila euro pagata dalla Farnesina per permettere a Latorre e Girone di lasciare il carcere e l’indennizzo versato ai pescatori che viaggiavano sul peschereccio, vittime di questo incidente. Le spese legali per la difesa dei militari del battaglione San Marco sono di circa 2 milioni di euro: due delle tre tranches, quelle da 900mila e 800mila, sono state già pagate dall’Italia.

Non sarebbe meglio pensare prima alle conseguenze che potrebbero avere alcune norme?

Francesco Rombolà

https://noigiovani.it

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