Tanzania, quella terra strappata ai Masai

Tanzania, quella terra strappata ai Masai

La Tanzania è uno dei Paesi africani in via di sviluppo e in cui le condizioni apparentemente democratiche consentono anche a noi italiani di sviluppare piani di business alquanto redditizi. Molti italiani- soprattutto molte italiane- restano affascinati, oltre che dalle mille bellezze naturali, anche dalla presenza della popolazione masai, popolo di antica discendenza nilotica, di nobili tradizioni guerriere e pastorali, dai lineamenti delicati e dai modi gentili e affabili. Questa popolazione semi stanziale vive nelle zone interne della Tanzania, ma molti dei suoi figli più giovani, oggi, si spostano sull’isola di Unguja, nell’arcipelago di Zanzibar, in cerca di un lavoro, spesso sottopagato, nei grandi resort dell’isola. Qui, incuriosiscono i molti turisti e, la nostalgia che provano per la propria famiglia e l’ambiente incontaminato in cui sono cresciuti, induce i turisti a spostarsi, accompagnati dai simpatici masai, anche per pochi giorni, dal paradiso esotico di Unguja per andare nell’entroterra e vivere per qualche giorno proprio come un masai. Fare questa esperienza è un sogno per molti, ma in questi ultimi mesi alcuni di questi impavidi turisti, alla ricerca di un’avventura che li riporti indietro di millenni, restano ostaggio della polizia locale. Questo è quanto ci viene raccontato da chi si è visto ritirare dalla polizia il passaporto, seppur provvisto di visto turistico che consente di spostarsi su tutto il territorio nazionale tanzano, in cambio di somme di denaro che vanno dai 500 ai 1000 dollari statunitensi. Ovviamente questo fenomeno accade solo a quei turisti accompagnati dai masai, ai quali è preclusa la possibilità di ottenere il patentino di guida turistica, quindi gli occidentali che decidono di intraprendere il cammino verso “casa” con i loro amici masai, devono pagare una sorta di tangente di cui le autorità nazionali tanzane risultano non essere a conoscenza, confermando l’Ambasciata tanzana a Roma che il visto turistico è valido indipendentemente dalla regione che s’intende visitare. Dello stesso parere non sembra essere il Consolato della Tanzania a Milano, il quale addirittura mette in guardia i turisti da possibili intenerimenti da parte dei masai volti solo a carpire favori economici, possibilmente in cambio di attenzioni da parte di giovani molto belli e compiacenti.tanzania Quanto raccontato dal Consolato non ci piace affatto e mette in luce un pregiudizio razziale che potrebbe essere la fonte delle estorsioni che si stanno verificando in questi giorni. La popolazione swahili, infatti, non fa mistero dell’invidia nei confronti dei masai i quali risultano essere i destinatari delle attenzioni delle turiste, colpite dalla loro indiscutibile bellezza e dai loro modi gentili. Allora ecco che la questione di sicurezza nazionale che induce la polizia a chiedere somme in contanti ai turisti trovati in compagnia di masai, si disvela quale mezzo per colpire un’etnia già ferocemente colpita dallo Stato tanzano che, negli ultimi mesi, sta attuando una inspiegabile espropriazione delle terre a danno dei masai, i quali vivono di pastorizia, andando così a mettere in forse la possibilità di sopravvivenza della popolazione masai. Molte le mail che in queste ore stanno giungendo all’Ambasciata per chiedere spiegazioni sull’accaduto e sui provvedimenti che il governo tanzano intende prendere. Oggi, però, apprendiamo che il piano del governo tanzano è ben diverso. Cacciare le terre ai Masai è l’obiettivo. Apprendiamo dall’organizzazione umanitaria Avaaz e dalla voce del suo presidente Alex Wilks che il governo della Tanzania vuole, dietro richiesta della famiglia reale di Dubai, destinare 1500 chilometri quadrati di terre, attualmente nel possesso di 40 mila pastori Masai, a riserva di caccia principalmente per gli Emirati Arabi Uniti. Una scelta che vanta una scelleratezza lampante ove si guardi che quella terra è l’unico mezzo di sostentamento e di sopravvivenza di un’intera comunità. Proprio di quella stessa comunità che nel corso dei millenni si è fatta protettrice della biodiversità per cui milioni di turisti da ogni dove ogni anno si recano in Tanzania. Tra l’altro la zona interessata, su cui dovrebbe sorgere la riserva di caccia reale si trova a Loliondo, territorio situato proprio sulla linea che molte specie attraversano durante le stagionali migrazioni nel Masai Mara, passando dalla Tanzania al Kenya. Inoltre, parrebbe che il governo di Dodoma vorrebbe corrispondere una somma pari a 580 mila dollari ai Masai che saranno costretti ad abbandonare quelle terre, cioè circa 150 dollari a testa – praticamente 100 euro o poco più-, togliendogli per sempre la possibilità di sopravvivere in un ambiente che come ho già detto gli è ostile, che li discrimina, che gli renderebbe difficile la vita. Senza considerare il danno in termini naturalistici che sarebbe incommensurabile. I Masai, infatti, per sfatare un mito, non sono assassini di leoni, come qualche scienziato pazzo ha voluto far credere negli anni passati, ma sono allevatori e come tali, talvolta costretti dalla necessità di difendersi dagli animali feroci e liberi a cui piacerebbe addentare un vitello o una pecora. Sono i custodi di quella natura che ti rapisce, sono i protettori di quei profumi, di quei colori, di tutta la biodiversità che ha fatto della Tanzania un posto famoso nel mondo. Un primo tentativo nel senso dell’esproprio venne fatto nel 2013, quando il governo tentò di scacciare i Masai dal Serengeti, ma ostacolato dalla mobilitazione degli attivisti di tutto il mondo tale progetto venne sventato. Oggi Avaaz ha lanciato una nuova campagna per impedire la realizzazione della riserva di caccia, firmata da più di 2 milioni di persone ( https://secure.avaaz.org/it/stand_with_the_maasai_2014_loc/?sgCWOdb ) nei distretti di Arusha e Mara. C’è molta preoccupazione nella comunità Masai perché parrebbe essere una decisione imminente, anche se il governo non si è ancora pronunciato in maniera ufficiale.

(Micaela Filice)

http://noigiovani.it

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