Ricerca scientifica e cervelli in fuga: viaggio oltre confine

Ricerca scientifica e cervelli in fuga: viaggio oltre confine

C’è Paolo, c’è Ilaria e c’è Caterina.

Non sono i partecipanti di un reality show italiano né i concorrenti di un quiz televisivo, ma rappresentano quella parte di Italia promettente e intenzionata a offrire qualcosa di buono. Di realmente utile. Quella parte di Italia che decide di sfruttare le proprie capacità all’estero, dove ciò che viene fatto è riconosciuto, e non in una nazione che decide di investire altrove piuttosto che nella ricerca scientifica.

Ma andiamo per ordine.

Paolo De Coppi è una delle menti più stimate e promettenti della comunità scientifica. Ricercatore dell’Università di Padova, vive da sette anni a Londra dove lavora come primario di chirurgia pediatrica all’University College. Lo scorso anno, a soli 35 anni, ha scoperto la presenza di cellule staminali nel liquido amniotico, multipotenti, cioè possono dare origine a molteplici tipi di cellule, ottenute senza sfruttare una cellula fecondata (come accade per quelle embrionali) che si isolano facilmente dal liquido amniotico attraverso l’amniocentesi. La ricerca è durata sette anni, durante i quali le cellule sono state fatte crescere e sono state differenziate, con successo, in cellule adulte di muscoli, di sangue, di ossa, di sistema nervoso, di grasso e di fegato. Esperimenti su animali hanno dato ottimi risultati, tanto che la scoperta è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Biotechnology.

Ilaria Capua, romana, laureata in veterinaria a Perugia, specializzata a Pisa, ha maturato grande esperinza passando diversi anni in giro per il mondo. Direttrice e anima del dipartimento di Scienze biomediche all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie a Padova, qualche anno fa si è imposta isolando coi suoi collaboratori il primo virus africano H5N1, la nasty beast (brutta bestia, secondo la definizione di Nature) dell’influenza aviaria umana. Ciò che l’ha resa famosa in tutto il mondo, però, è stato il suo contribuito alla promozione della condivisione dei dati scientifici.
“Potevo entrare a fare parte de l’élite. Aspettare e pubblicare su riviste prestigiose, di fama internazionale – ha affermato la scienziata -. Ma era una situazione di emergenza e poiché i virus non aspettano, decisi di andare contro la prassi, e pubblicai tutto su un database aperto, GenBank, a cui qualsiasi laboratorio poteva accedere liberamente”. Una Revolutionary Mind, com’è stata definita dalla rivista americana Seed, appassionata e brava comunicatrice. Con una formazione completamente made in Italy, è la dimostrazione vivente che la buona ricerca in Italia si può fare. E ora anche lei potrebbe finire nella, già troppo lunga, lista dei cervelli italiani in fuga. Perché? La virologa padovana aveva chiesto di potenziare la sua attività di ricerca con nuovi laboratori e l’accordo sembrava essere arrivato. Il trasferimento del suo gruppo di ricerca, composto oggi da una settantina di persone, alla Torre della Ricerca della Città della Speranza, sembrava praticamente certo. Però, qualche giorno fa, è giunto il NO di Igino Andrighetto, direttore generale dell’Izsve, perché non ci sono soldi, i 10 milioni promessi dal ministero della Salute non sono mai arrivati. Il rischio è, quindi, che il nostro Paese si lasci scappare l’ennesima eccellenza.

Caterina Falleni, 23 anni e originaria di Livorno, ha vinto una borsa di studio presso la Nasa per aver inventato il frigorifero che funziona senza corrente. “L’idea – ha raccontato – mi è venuta in Africa studiando alcune strutture fatte con materiali porosi come il fango o la terracotta. Strutture che utilizzano il processo chiamato evaporative cooling, lo stesso per il quale la temperatura nel nostro corpo si abbassa nel momento in cui avviene la sudorazione. Ho associato questa tecnologia con dei materiali che si chiamano PCM. Così è nato Freijis. La giovane livornese si prepara ad essere uno dei prossimi cervelli in fuga tra i giovani italiani. Una fuga negli Stati Uniti già programmata non appena la ragazza finirà gli studi universitari, perché per lei l’Italia rappresenta una parentesi destinata a chiudersi presto.

Paolo, Ilaria e Caterina rappresentano quel 35% dei 500 migliori ricercatori italiani fuggiti, o pronti a fuggire, all’estero perché non riescono a lavorare in Italia. Rientrano nella categoria dei cervelli in fuga made in Italy. E se da una parte tutto questo potrebbe essere considerato un fattore positivo in quanto dimostra che nel nostro paese le menti brillanti esistono e funzionano ancora, dall’altra appare come segno di sconforto e arretratezza. In Italia la ricerca scientifica non riesce a essere libera, non emerge del tutto anche a causa di chi sminuisce il lavoro e le intenzioni dei ricercatori che, inevitabilmente, ne risentono. I talenti non vengono valorizzati e non c’è da stupirsi se decidono di oltrepassare il confine. La burocrazia e l’inefficienza sono le principali cause della fuga, della dispersione di intelligenza e competenze a cui l’Italia non sa porre un freno. Oggi come ieri, dunque, il destino di queste menti eccelse nel campo scientifico è costretto a sbarcare verso altri lidi per far valere le proprie intuizioni. Insomma, ciò che Fermi ha fatto nel primo trentennio del ’900, si ripete adesso. Nel 2012.

Maria Antonietta Vadalà

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