La favola politica e il lieto fine che non c’è

La favola politica e il lieto fine che non c’è

“C’era una volta, secoli e secoli or sono, un uomo, un grande pensatore, che nel dare la definizione del termine politica parlò di amministrazione della polis (“città” in greco) per il bene di tutti. Questo grande filosofo altri non era che Aristotele, il quale pose le basi di quella che doveva essere l’arte di governare la società.

Evoluzione politica

Un’arte che poneva al centro il cittadino, la nazione e tutto ciò che poteva renderla migliore. Un’arte nella quale rientrava il senso di giustizia, la legalità, la trasparenza.

Nel corso del tempo, mentre tutto si evolveva, i principi cardine della politica rimanevano indietro. O meglio, gli uomini della politica procedevano scavalcando, però, il vero senso del “fare” politica e mettendo al di sopra del bene della società, i loro interessi. La logica che si stava radicando era quella dell’accaparrarsi tutto, subito e senza fatica. Signori viziati che per poter raggiungere i loschi obiettivi usufruivano di tutti i mezzi a loro disposizione e  approfittavano del potere conferitogli, anche a costo di compiere gesti ignobili mettendosi contro la tanto elogiata giustizia.

Man mano che gli anni passavano, i rapporti tra i gruppi politici e la giustizia diventavano sempre più complicati e, con essi, anche i consensi e la fiducia da parte dei cittadini. La politica veniva quotidianamente attaccata da vicende giudiziarie che interferivano con il suo normale corso, deviandolo, a volte. Succedeva a destra, in centro e a sinistra. Nessuna eccezione: le forze politiche di tutte e tre le parti non esitavano a usare le inchieste giudiziarie per delegittimare gli avversari e, paradossalmente, anche i componenti interni al partito.

Da lì in poi, complotti e scandali vennero a galla invadendo la scena politica nazionale, delineando un sistema di potere basato su voti di scambio, rapporti d’affari con imprenditori legati ai clan, bunga bunga, favoritismi, distruzione del territorio e della credibilità di un’intera popolazione.

Un sistema di potere dove non c’era spazio per la giustizia, gli ideali e i valori. Il buon governo era ormai diventato un’utopia e i cittadini ne erano consapevoli. Ma tra di essi, qualcuno ancora ci credeva e sperava nel cambiamento.

Un giorno, in occasione delle elezioni politiche, i partiti presentarono i nomi dei candidati per ogni Regione italiana. Accortisi del malcontento generale, decisero di fare pulizia nelle liste: solo persone senza indagini a carico, nessun impresentabile era ben accetto. In teoria. In pratica le cose andarono diversamente. Tra gli “animali politici“, cosi come definiva gli uomini Aristotele, c’erano indagati nel partito dell’indagato numero uno. C’erano “amici” con a carico procedimenti per collusione con la camorra casalese e per corruzione; “amici” indagati per corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta sulla sanità; “amici” indagati per accesso abusivo al sistema informatico e, infine, “amici” dalle parabole politiche molto discusse.

A quel punto, la credibilità stava svanendo del tutto. E l’indagato numero uno non poteva permetterlo. Il rischio era quello di perdere voti e di non poter raggiungere l’obiettivo principale: il consenso della popolazione. Armato di coraggio, sostenuto dalla sua dama e dal suo adulatore, decise di escludere dalle liste gli amici. “Una scelta dolorosa – diceva -. Abbiamo dovuto chiedere a nostri amici di rinunciare a essere presenti nelle liste perché una magistratura politicizzata li aveva attaccati e questo fatto, divulgato dai media, poteva diminuire il nostro consenso”.

Gli “amici”, sentendosi traditi, promisero di farla pagare cara all’indagato numero uno. In particolare l’ “amico napoletano”, intenzionato più degli altri a mettere a rischio la possibilità di far ottenere a lui e a tutti gli esponenti in lista, l’ambito posto in Parlamento. Ma l’indagato numero uno era un uomo coraggioso, ambizioso, un bravo oratore capace di trasformare la bugia in verità. Talmente bravo a far questo da convincere anche se stesso. E, delle volte, anche il suo pubblico…”

Il finale è ancora da scrivere. Certo è che, mentre le favole hanno sempre un lieto fine, è difficile che succeda la stessa cosa per il sistema politico italiano che di lieto non ha avuto mai neanche l’inizio. Anzi, nel Bel Paese solo durante la campagna elettorale si può sperare a un “…e vissero tutti felici e contenti”.

Maria Antonietta Vadalà

http://noigiovani.it

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