La donna in Calabria non vale nulla: il preconcetto figlio della banalità

La donna in Calabria non vale nulla: il preconcetto figlio della banalità

Ho 27 anni, sono nata e cresciuta in Calabria. Ho frequentato le scuole dell’obbligo, il liceo, l’università. Ho studiato fuori, ho vissuto e vivo ancora fuori casa. Lavoro, esco, ho degli hobby, vedo gli amici. Ho passato l’infanzia in un ambiente in cui mi sono stati trasmessi valori grazie ai quali ho imparato a distinguere ciò che è più giusto (per me) da ciò che non lo è.

La donna in Calabria

Insomma, pur essendo nata e cresciuta nel profondo sud, vivo la mia vita senza farmi influenzare da nessuno. Pur essendo una donna calabrese non mi è mai stato impedito di muovermi, nessuno mi ha mai legata, picchiata e obbligata a scegliere una strada piuttosto che un’altra. E quando dico nessuno mi riferisco alla mia famiglia, a chi mi sta accanto, al mio ormai ex ragazzo. Tutte persone che dovrebbero rientrare (chi più chi meno) in quel “mostro mitologico” descritto dal giornalista Domenico Naso, il quale, su Il Fatto Quotidiano, ha dedicato un intero spazio alla concezione della donna in Calabria in riferimento alla tragedia consumatasi a Corigliano Calabro qualche giorno fa. Per carità, un articolo scritto bene ma dal contenuto, a mio parere, che poco rispecchia la realtà dei fatti.

“In Calabria – scrive Naso -, la maggioranza delle ragazze non ha scelta, in nessun campo. Non può scegliere la scuola superiore da frequentare (quando le è permesso frequentarla), non può scegliere il fidanzato (soprattutto se ha la sfortuna di avere fratelli), non può scegliere cosa fare da grande (lo farà per lei il futuro marito, che lei non sceglierà). È così, da sempre. E chi conosce bene la realtà sociale calabrese non può stupirsi, né scandalizzarsi o peggio ancora accusarmi di sputare sulla mia terra. Ho 33 anni – continua il giornalista -, e ho frequentato la scuola superiore dal 1993 al 1998, in provincia di Reggio Calabria. Ebbene, io ho visto ragazzine costrette a ritirarsi da scuola nonostante voti ottimi e menti brillanti, semplicemente perché la “famiglia” (che in Calabria è una sorta di mostro mitologico metà pranzi luculliani, metà aguzzino) aveva scelto per lei. C’era già un fidanzato pronto per lei. O, quando andava bene, semplicemente serviva una mano in più in casa, perché il papà e i fratelli che tornavano stanchi da lavoro volevano il piatto caldo o le camicie stirate”.

La descrizione della condizione femminile in Calabria, esplicata dal giornalista del Fatto, è un tantino esagerata. Non mi permetto di criticare il suo pensiero, in fin dei conti viviamo in un paese democratico dove ancora si è liberi di esprimersi. Però avrei da ridire qualcosa su più di un punto.

Domenico Naso è originario della Piana di Gioia Tauro, una zona costituita, per lo più, da paesini in cui prevale una mentalità fortemente maschilista; dove coesistono donne consapevoli di ciò e consenzienti (nel senso che accettano la posizione che a loro viene affibbiata) e altre che invece si ribellano. Basti pensare a Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, che è riuscita a ottenere un posto di rilievo in una società maschilista e patriarcale (come appunto sostiene Naso).

Conosco bene le problematiche della mia terra e so altrettanto bene che si tratta di situazioni non circoscritte ad essa: gli episodi di donne sottomesse, i casi di femminicidio, sono fenomeni che si estendono (ahinoi!) su tutto il territorio nazionale, da Trieste ad Agrigento.

Domenico Naso dice di non generalizzare ma di scrivere la verità; dice che in Calabria se le ragazzine si truccano o si vestono alla moda vengono considerate delle poco di buono e che per questo i ragazzini si sentono in diritto di approfittarne; dice di non stupirsi da quanto successo a Fabiana Luzzi, la 15enne accoltellata e bruciata dal fidanzato, perché in Calabria queste cose succedono.

Beh, io non so che esperienze abbia avuto in passato quest’uomo. Forse il suo pensiero è fortemente motivato da episodi di maschilismo estremo e sentito o forse è semplicemente cresciuto a contatto con persone estremamente condizionate da una visione alquanto medievale del super uomo (e non mi riferisco all’ideologia nietzschiana).

Io non credo di essere un’eccezione. Non credo di aver vissuto per 27 anni in una campana di vetro, ignara di quanto accadeva fuori e protetta dal male subìto dalle mie “coetanee compaesanee”. Sia chiaro, non nego l’esistenza di circostanze del genere. Esistono località in Calabria dove ancora l’uomo impugna la clava e trascina la donna per i capelli, ma sono pochissime e sono realtà presenti in ogni regione. Anzi, nazione. Si tratta di eccezioni, appunto.

In tutto ciò, l’unica cosa certa (a mio modesto parere!) è che il giornalista in questione, forse inconsapevolmente, nel tentativo di non generalizzare ha ottenuto il risultato contrario. Ha descritto i calabresi come un popolo di violenti prevaricatori, culturalmente e socialmente arretrati e dediti alla violenza; ha parlato della Calabria come una terra dalla quale le donne devono fuggire per poter vivere in pace. Ha spiattellato sul web una carrellata di luoghi comuni, di banalità, di preconcetti che, in fin dei conti, non si basano su dati reali.

Insomma, Domenico Naso, ha commesso l’errore che io, da calabrese, critico (e qui il termine ci sta!) a quei giornalisti che parlando di ‘ndrangheta associano l’uomo calabrese alla figura del mafioso di turno. Generalizzando.

Maria Antonietta Vadalà

http://noigiovani.it

Lascia un commento