I crimini di chi combatte il crimine

I crimini di chi combatte il crimine

Perché non ci sia abuso di potere occorre che il potere arresti il potere¹

Genova G8

Caso scuola Diaz. La sera del 12 Luglio, tra le 22 e le 24, durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001, 346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri, fanno irruzione nella scuola Diaz, dove si erano accampati i manifestanti per passare la notte. Accade quello che è stato definito dal vicequestore Michelangelo Fournier un pestaggio da “macelleria messicana”. Vengono fermati 93 attivisti e portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Finiscono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra.

Dalla ricostruzione dei fatti emerge che alcuni dei responsabili delle forze dell’ordine, per tentare di giustificare le violenze avvenute durante la perquisizione, portarono all’interno della scuola Diaz delle bottiglie molotov trovate durante gli scontri della giornata e degli attrezzi da lavoro recuperati in un cantiere vicino. Queste avrebbero dovuto costituire le prove per dimostrare la presenza nella scuola di appartenenti all’ala violenta dei manifestanti.

Nel corso del dibattimento il normale esercizio dell’azione giudiziaria è stato boicottato dalle forze dell’ordine tra la sparizione di filmati amatoriali sull’irruzione, la distruzione “accidentale” delle molotov, contraddizioni e ritrattazioni.

Il 18 Maggio 2010 la Corte d’Appello di Genova ha riformato la sentenza di primo grado, condannando 25 imputati su 28 per un totale di 98 anni e 3 mesi di reclusione.
Passato al vaglio della Corte di Cassazione, il processo si conclude con sentenza (forse!) definitiva il 5 Luglio 2012. I legali di alcuni condannati hanno, infatti, annunciato di voler chiedere la riapertura del processo, ricorrendo alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, la quale in una precedente sentenza ha affermato che, in caso di giudizi discordanti tra i primi due appelli di merito, ne occorre un terzo.
Condannati i vertici della Polizia che comandarono l’operazione: Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia, Giovanni Luperi, capo del reparto analisi dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (Aisi), Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo, Filippo Ferri, capo della squadra mobile di Firenze, Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al nucleo speciale della Mobile all’epoca dei fatti.

Paradossale è il fatto che in questi 11 anni molti dei responsabili indagati, nonostante le condanne in secondo grado, hanno anche fatto carriera e talvolta sono stati addirittura promossi.

Caso Aldrovandi. La notte del 25 Settembre 2005 Federico Aldrovandi, studente 18enne, recandosi a piedi verso casa dopo una normale serata in un locale, nei pressi di viale Ippodromo a Ferrara, “incontra” la pattuglia “Alfa 3”. Le prime urla e le prime manganellate, udite e viste da una testimone. Poco dopo, arriva in aiuto la pattuglia “Alfa 2”. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane si fa violento. Due manganelli si spezzano. Nonostante l’arrivo del 118, sopraggiunge la morte per asfissia da posizione, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti.
Si apre il processo. I quattro imputati si dichiarano stupiti della morte del giovane, che lo descrivono come un “invasato violento in evidente stato di agitazione”, e di essere “stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente”.

Nel frattempo emergono vari elementi contraddittori: il mancato compimento di un sopralluogo sulla scena del decesso da parte del PM; l’omissione del sequestro dei manganelli e dell’automobile su cui, a detta degli agenti, si sarebbe ferito Aldrovandi; la tardiva messa a disposizione della Procura del nastro contenente le comunicazioni fra il 113 e la pattuglia. Per questi motivi viene aperta una seconda inchiesta presso la Procura di Ferrara, per vari reati, tra cui falso, omissione e mancata trasmissione di atti.

Il 6 Luglio 2009 i quattro poliziotti, Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo in omicidio colposo”. Il 21 Giugno 2012, dopo l’iter giudiziario, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I poliziotti non sconteranno però la loro pena visto che 3 anni sono coperti dall’indulto.
“Rincuora”, tuttavia, il fatto che dopo la condanna definitiva scatteranno i provvedimenti disciplinari.

E non c’è nemmeno da stupirsi di fronte alle parole del Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri nel commentare la sentenza: “Se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti”.
“Come sembrerebbe”? Ma forse la signora Cancellieri non sa che si tratta di una sentenza definitiva. “Abusi gravi”? Ebbene, 54 lesioni ed ecchimosi, escoriazione alla natica sinistra, segno di trascinamento sull’asfalto, ed un importante schiacciamento dei testicoli sono semplicemente abusi gravi.
Al Ministro lo spiega il magistrato della Corte d’Appello di Bologna, Luca Ghedini ricordandole che: “I “gravi abusi” si chiamano omicidio colposo”.

Caso Cucchi. Il 31enne geometra romano, Stefano Cucchi, il 15 Ottobre 2009 viene arrestato per possesso di alcuni grammi di hashish, cocaina e antiepilettici e tradotto nel carcere di Regina Coeli. Il giorno dopo il processo per direttissima. Il giovane in quell’occasione già presentava evidenti ematomi agli occhi e difficoltà a parlare e camminare. Il giudice rinvia a nuova udienza e ordina la permanenza di Stefano in custodia cautelare. In carcere le condizioni del ragazzo peggiorano, tanto che viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli. Il giovane rifiuta il ricovero. Muore il 22 Ottobre all’ospedale Sandro Pertini.

Stefano Cucchi
Iniziano le indagini per accertare la causa della morte del giovane. Il personale carcerario dichiara di non aver mai usato violenza su Cucchi e che probabilmente era morto o per un abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli. Lo stesso sottosegretario Carlo Giovanardi dichiara che il giovane era morto di anoressia e tossicodipendenza, dichiarazioni (false!) per le quali poi chiede scusa ai familiari di Cucchi.
Ma se le dichiarazioni degli agenti di polizia penitenziaria sono vere, allora come si spiega quel corpo dilaniato? A causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno, la mancata assistenza medica, i danni epatici e l’emorragia alla vescica.
Indagati per lesioni e percosse sono gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici che, stando alla ricostruzione dei fatti, avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni. Sono indagati anche per abbandono di incapace i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti che non avrebbero curato il giovane e che lo avrebbero lasciato morire di inedia.

Nella nostra storia giudiziaria tanti sono i processi simili che purtroppo faticano a dare risposte chiare sulla verità dei fatti e molti non vengono neppure celebrati. Ma perché siamo il Paese dei delitti impuniti? Il paese che tende a coprire i responsabili di fatti cosi disumani? Soprattutto quando questi responsabili hanno il compito di rappresentare lo stato e di difendere la collettività da aggressioni altrui?
Allo stesso modo non bisogna dimenticare uomini e donne delle forze dell’ordine che con la loro attività quotidiana rendono il potere giusto, coloro che, con dedizione, professionalità e coraggio, lavorano al servizio dello Stato per il bene di tutti.
Bisognerebbe mutare la nostra cultura giuridica e prendere coscienza del fatto che gli abusi di potere inerenti la pubblica funzione svolta non possono e non devono essere puniti con sanzioni lievi, e parametrare gli atti violenti all’entità delle lesioni eventualmente provocate alla vittima.
Il nostro sistema giuridico dovrebbe adeguarsi al diritto internazionale² che impone agli stati l’obbligo giuridico di introdurre il reato di tortura. L’Italia dovrebbe, come gli altri ordinamenti civili, punire severamente questi comportamenti non solo perchè eticamente scorretti ed intollerabili, ma anche perchè pericolosi per lo stesso sistema social-democratico. Ma perché il nostro paese si è rifiutato esplicitamente di adottare il reato di tortura respingendo le formali raccomandazioni ONU a Lei rivolte?
Non c’è da sorprendersi! È contro l’interesse di coloro che sono chiamati a legiferare visto che essi stessi sono indagati o condannati. La società ha bisogno della libertà per impedire che lo stato abusi del suo potere e ha bisogno dello stato per impedire l’abuso della libertà.

Margherita Torchia

¹ Charles Louis de Montesquieu
² Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti (New York, 10 dicembre 1984)

http://noigiovani.it

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