Giovanni Falcone: dopo 21 anni una ferita ancora aperta

Giovanni Falcone: dopo 21 anni una ferita ancora aperta

“Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…Ma loro non cambiano…loro non vogliono cambiare…Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…”.

Giovanni Falcone

Si esprimeva così, nel giorno dei funerali, la moglie dell’agente Schifani, morto nella strage di Capaci. Era il 25 Maggio del 1992. Due giorni dopo la tragedia che colpì Giovanni Falcone, uno degli uomini che per lottare contro la mafia aveva rinunciato alla possibilità più importante ci è stato data: vivere la vita godendo di ciò che essa offre.

Era il 23 Maggio del 1992, il giudice Falcone stava rientrando a Palermo da Roma, insieme alla moglie. Era partito da Ciampino intorno alle 16:45 e arrivato, 53 minuti dopo, all’aeroporto palermitano di Punta Raisi. Ad attenderli c’era la scorta con tre Fiat Croma blindate. Il giudice era alla guida della Croma bianca e con lui in macchina c’erano la moglie e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. A precedere la macchina di Falcone, una Croma marrone, con a bordo gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, seguita da una Croma azzurra con gli agenti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

I dettagli sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più stretto riserbo. Sull’aereo di Stato in cui viaggiava il magistrato insieme alla moglie vi erano “grandi elettori” (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Tre anni dopo, uno di essi sarebbe stato anche inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.

Dopo aver preso l’autostrada in direzione Palermo, al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci – Isola delle Femmine, veniva azionata per telecomando da Giovanni Brusca (il sicario incaricato da Totò Riina) una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la strada. Erano le 17:58. Pochi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Lo scoppio, quindi, travolse in pieno solo la Croma marrone. I tre agenti della scorta morirono sul colpo.

La macchina guidata da Falcone, si schiantava contro il muro di cemento e detriti causati dallo scoppio. Il giudice moriva durante il trasporto in ospedale a causa del trauma cranico, causato dall’impatto contro il parabrezza, e da varie lesioni interne e poche ore dopo, in ospedale, moriva anche la moglie Francesca. L’agente Costanza, che si trovava nella macchina con il giudice, rimane illeso. Gli agenti della terza automobile rimangono feriti, ma nessuno in pericolo di vita.

Ancora oggi, dopo 21 anni, la strage di Capaci è una storia di silenzi, coperture e depistaggi; da essa trapela la terribile collusione tra mafia e pezzi dello Stato, sulla quale si continua a chiedere giustizia e verità. Di quella strage si conoscono solo gli esecutori ma non i mandanti.

Giovanni Falcone ha rappresentato, e continua a rappresentare, l’uomo che ha cambiato non solo il metodo investigativo nella lotta contro la mafia ma, soprattutto, ha risvegliato le coscienze sociali indirizzandole verso la legalità. A pochi giorni dal 21esimo anniversario della sua morte, rimane viva l’eredità morale che Giovanni Falcone ci ha lasciato. Continua a vivere in tutti quelli che l’accolgono, la fanno propria e, a loro volta, la trasmettono.

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