Cosmopolis: l’Apocalisse prima di arrivare sulla terra è dentro di noi

Cosmopolis: l’Apocalisse prima di arrivare sulla terra è dentro di noi

Dopo il mezzo fiasco di A dangerous method torna il vero David Cronenberg, quello a cui il suo pubblico è ormai da molti anni affezionato. L’autore de La Mosca e di A history of violence traduce in immagini il romanzo apocalittico-cybernetico dello scrittore newyorkese Don De Lillo. Lo scrittore italo-americano, autore di Americana nel 2003 aveva dato alle stampe questo spaccato sulla new economy, dove la ripetizione dei pensieri e una linea temporale disgregata danno la cifra stilistica del romanzo, tra riferimenti all’Ulisse di Joyce e al Capitale di Karl Marx.

La trasposizione filmica di David Cronenberg, autore anche di una sceneggiatura impeccabile, è ricca di suggestioni e di riferimenti, che spaziano da Pollock e Rothko (citati nei titoli del film, ma anche all’interno della storia) fino a L’apocalisse di Giovanni, passando per Bunuel, Dick, Escher, Lucrezio e Videodrome dello stesso Cronenberg.

Cosmopolis è la storia di Eric Packer, anzi è una giornata della vita di un direttore d’azienda ventottenne multimilionario, che, attraversando il quartiere di Manhattan, a bordo della sua limousine super accessoriata, per recarsi dal barbiere di fiducia, si trova a vivere una vera e propria odissea contemporanea. Un viaggio allucinato e amorale negli inferi del vivere moderno.

Cronenberg lavora da sempre sulla rigenerazione di un’umanità in cerca di nuove coordinate e connessioni tra la struttura delle cose e quella delle ossessioni e Cosmopolis è l’ennesimo ingranaggio di questa dinamica.
Una delle cose che più colpisce del film, fermo restando che cast e scenografie sono impeccabili, è la colonna sonora. In particolare oltre ad un ipnotico e sempre efficace score, ad opera del fido compositore canadese Howard Shore (Il Signore degli Anelli, Seven, Il silenzio degli innocenti Fuori Orario) qui alla sua dodicesima colonna sonora per i film di Cronenberg. Spiccano poi i brani Mecca, audace connubio tra rap e sufi con testo di De Lillo e la fatale song Long to Live eseguita dai Metric.

Cosmopolis coi suoi dialoghi affilati e apocalittici è poi soprattutto un film di attori. Davvero convincente ci è apparso Robert Pattinson (l’icona generazionale della saga horror Twilight) e bravi come sempre attori come Jay Baruchel, Juliette Binoche e Samantha Morton.
Anche se sopra tutti spicca l’interpretazione magistrale dell’attore italo-americano Paul Giamatti, in una moderna rilettura apostolica (Giovanni?).

In questo film, il regista ha riproposto un modello che per lui era stato non solo vincente (Videodrome Inseparabili Il pasto nudo - Crash) ma che ne aveva definito un nuovo genere di horror metafisico ed esistenziale. Un pensatore necessario e contemporaneo capace come pochi di scavare nei meandri del male di vivere contemporaneo.

La citazione:

“Tutto nelle nostre vite ci ha portato a questo momento.”(Don DeLillo)

La scena memorabile:

L’intera sequenza finale ambientata in Hell’s Kitchen nella vecchia bottega da barbiere, simbolo di circolarità e di onniscenza.

 

Dario Greco

2 Commenti

  1. un ottimo spunto, direi.

  2. interessante recensione… ma aggiungerei uno spunto.
    la limousine mi sembra un elemento importante, quasi una co-protagonista…un luogo chiuso, autosufficiente, che rappresenta il mondo nel quale si muove il protagonista, che al suo interno vive, incontra, soddisfa i propri bisogni, si occupa dei suoi affari e dei suoi traffici. è la sua realtà, fredda, asettica e opulenta, emblematica del contesto economico, o meglio finanziario, del quale il protagonista fa parte. lo protegge e lo isola dall’altra realtà, quell’altra vita che si svolge fuori, che gli procura disagio irrompendo continuamente nel suo vuoto…con l’altra realtà, infatti, è costretto a fare i conti non appena, uscendo dal suo mondo claustrofobico a quattro ruote, vi entrerà in contatto…

http://noigiovani.it

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